Articolo scritto da Guido Barbujani e pubblicato su Il Sole 24 Ore di Domenica 18 Luglio 2021– N.195

Richard Lewontin se ne è andato il 4 luglio, all’età di 92 anni. È stato uno dei più importanti genetisti di sempre, ma soprattutto un grande intellettuale: un biologo dialettico, come amava definirsi.

Nel 1972, Lewontin ha preso il toro per le corna. Ha raccolto tutti i dati genetici che c’erano (pochi, derivati dallo studio delle proteine) e per la prima volta ha misurato obiettivamente quanto siamo diversi l’uno dall’altro. Le differenze genetiche fra individui della stessa popolazione rappresentavano l’85% del totale, quelle fra i sette gruppi razziali che gli antropologi riconoscevano al- l’epoca il 15%. Voleva dire che ogni popolazione umana contiene, al suo interno, l’85% della variabilità di tutta la specie; voleva dire, e vuol dire, che la differenza media fra persone di continenti diversi è solo di poco, di un 15%, superiore alla differenza fra membri della stessa comunità: nei geni umani non c’è traccia di razze. La frase con cui Lewontin chiudeva il suo articolo è rimasta giustamente famosa: «La classificazione razziale umana non ha alcun valore socia- le, e anzi ha una chiara influenza distruttiva sulle relazioni umane e sociali. Dato che abbiamo dimostrato che non ha nemmeno alcun significato genetico o tassonomico, non c’è più alcuna giustificazione per mantenerla».

Gliene hanno dette tante, per quella frase. Hanno detto che aveva sbagliato a fare i conti, e un errore c’era in effetti, ma mini- mo: una volta corretto, le percentuali restavano identiche. Hanno detto che era marxista, ed era vero, ma cosa c’entra? E hanno detto che le proteine non vanno be- ne, che ci vuole il DNA: una critica subdola, perché nel 1972 non c’era modo di studiare a fondo il DNA. Poi è diventato possibile farlo, e anche col DNA si è visto che ogni popolazione contiene, in media, l’85% della diversità genetica della specie umana.

L’ho fatto io, quello studio del DNA, e anche per questo, for- se, i rapporti fra Richard Lewontin e me sono sempre stati ottimi. Nel frattempo aveva pubblicato, insieme a Stephen Jay Gould, un altro testo fondamentale, dal titolo spiazzante: I pennacchi di San Marco e il paradigma panglossiano. I pennacchi sono l’elemento architettonico che collega due archi. Entrando nella basilica di San Marco, scrivevano Gould e Lewontin, colpisce lo splendore dei pennacchi, coperti di mosaici; ma la chiesa sta su grazie a quello che si nota meno, gli archi. Allo stesso modo, studiare l’evoluzione vuol dire distinguere ciò che conta da ciò che conta meno. Pan- gloss è quello che spiega ostinata- mente al Candide di Voltaire che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per Gould e Lewontin il paradigma panglossiano consiste nel determinismo: nel pensare che se siamo fatti così vuol dire che non potremmo essere diversi. E invece, spiegano, tanti aspetti degli organismi, talvolta i più evi- denti, dipendono dal caso. Gli piaceva la cultura europea, a Lewontin, veniva in Europa ogni volta che poteva. Così abbiamo finito per andarci insieme, a San Marco. Belli i tuoi pennacchi, gli ho detto, e lui ridacchiava contento.

«Ma allora, le razze non esistono?» gli ha chiesto una volta un giornalista. «Ma certo che esistono!», ha risposto a sorpresa Lewontin, «Stanno qui», e si è picchiato l’indice sulla fronte. Era così: gli piacevano la frase ben costruita, il ragionamento che attraverso un paradosso sfocia in una conclusione inattesa. Le razze non ci sono a livello biologico, ma finché esistono nella nostra testa continueranno a generare sofferenze e conflitti. La scienza è tante cose; può servire a salvarci dalle malattie, ma anche a diffondere pregiudizi e a discriminare. Gli scienziati non operano nel vuoto, immuni dal conflitto sociale: sono cittadini e non possono essere indifferenti alle conseguenze del loro lavoro. Era questo che intendeva quando si definiva biologo dialettico: uno scienziato orgoglio- so del proprio impegno civile. Ha scritto di sé, insieme a Richard Levins: «Siamo stati attivisti politici in Science for the People e Science for Vietnam, così come nella lotta contro il determinismo biologico e il razzismo scientifico». E appunto, a proposito di determinismo: il libro di Lewontin sul QI, il quoziente d’intelligenza, cioè contro la pretesa che il QI misuri capacità innate del nostro cervello, si chiama Non nei nostri geni.

Ha misurato obiettivamente per la prima volta quanto siamo diversi l’uno dall’altro.

E ancora un piccolo ricordo prima di prendere commiato. Subito dopo la laurea non sapevo co- sa fare. All’epoca la politica conta- va più di tutto, e poi preferivo i romanzi ai saggi scientifici: non mi ci vedevo a occuparmi di genetica per tutta la vita. Un amico mi dice, dai, vieni a Firenze, parleranno Gould e Lewontin. Conoscevo i loro nomi e poco più. Il congresso era in un posto magnifico, al forte del Belvedere, ma ancora più impressionanti della location sono state le conferenze. Ascoltavo le parole di Lewontin, quelle di Gould, e non riuscivo a star fermo sulla sedia. A ora di pranzo sono sceso in città, volevo rivedere gli affreschi di Masaccio al Carmine. Mi è andata male, tutto chiuso; davanti al portone, delusi, c’erano Richard Lewontin e sua moglie. Non posso dire che l’ho pensato distintamente, ma dev’essere sta- to in quel momento che ho intuito come la distinzione fra discipline scientifiche e umanistiche sia un’assurdità, e che uno può, anzi deve, occuparsi di tutto, perché siamo umani e nulla di ciò che è umano ci è estraneo. Non so quanto ci abbia guadagnato la genetica da quella folgorazione; io molto, come persona, e anche per questo saluto Richard Lewontin con gratitudine e rimpianto.

Richard Lewontin, il ricordo di G. Barbujani

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